I soldi sfumati dei colossi del tabacco

IL SECOLO XIX DI GENOVA ROMPE IL SILENZIO CON UN ARTICOLO IN PRIMA PAGINA. ED E' SOLO LA PRIMA PUNTATA...

Soldi in fumo - Il Secolo XIX - 10-05-2009

Il "sistema" avvantaggia le tre multinazionali. Così i loro maxi guadagni finiscono all’estero.

Quanto costa al produttore un pacchetto di sigarette? Scegliamo i migliori tabacchi, i migliori filtri, la carta più pregiata. Aggiungiamo una confezione elegante, di classe. La cifra totale, volendo esagerare nella qualità di ogni componente, è di 13 centesimi al pacchetto.

Rivendute ai fumatori con una forbice che va dai 3,60 euro (il prezzo minimo "imposto" in questo momento in Italia) per arrivare ai sei euro della confezione più lussuosa delle Davidoff. È su questa esorbitante differenza tra costi di produzione e quelli di vendita che nascono gli straordinari profitti delle case produttrici di sigarette. Anche al netto di tasse e accise che, nel nostro Paese come nella media di tutta l’Unione europea, gravano per circa i tre quarti del prezzo.

Secondo interrogativo. Quanto pagherebbe allo Stato (sempre al netto di tutte le imposizioni fiscali) un'azienda che producesse e proponesse le sue sigarette in Italia? Se vendesse circa 2 miliardi e mezzo di pacchetti di sigarette all’anno, come fa Philip Morris, al prezzo di 3,40 euro a pacchetto arriverebbe a 500 milioni di utile. Ma a un prezzo medio di 4 euro, corrispondente al prezzo medio di vendita di Philip Morris (che va dalle Diana a 3,70 alle Marlboro a 4,40), dovrebbe dichiarare un miliardo e 175 milioni di euro di utili.

Il Secolo XIX ha consultato il bilancio 2007 di Philip Morris. E ha osservato che il risultato prima delle imposte corrisponde a 91 milioni emezzo di euro e l’utile è di 53 milioni. Ma il ragionamento prosegue. Se si considera che, sempre nel 2007 (l’ultimo anno di cui sono disponibili dati completi), sono stati venduti in Italia 4,64 miliardi di pacchetti di sigarette, i produttori avrebbero dunque dovuto spartirsi due miliardi di utili. Succede però che le tre multinazionali che occupano il 98 per cento del mercato italiano (Philip Morris, British American Tobacco e Japan Tobacco) hanno dichiarato in Italia, tutte insieme, un totale di utili inferiore ai 150 milioni.

Com’è stato individuato il prezzo medio di produzione? Il Secolo XIX l’ha chiesto all’unica azienda interamente italiana rimasta adoperare sul mercato, la Yesmoke, che ha sede e fabbrica a Settimo Torinese. La risposta: «Con tabacchi rigorosamente di fascia alta e i materiali di prima scelta si arriva a 13 centesimi per un pacchetto di 20 sigarette, che è un costo altissimo. Quotazioni di borsa alla mano, non esistono tabacchi ad un prezzo tale da giustificare un costo più alto. L’organizzazione delle major del tabacco permette di limare a dieci centesimi il costo a pacchetto».

Dove finiscono, quindi, gli altri utili? Sempre consultando i bilanci, si scopre che in Italia solo Bat (British American Tobacco), che ha rilevato impianti e marchi dell’ex monopolista statale Eti nel 2003 al momento della privatizzazione, produce almeno in parte in Italia e dichiara al fisco del nostro Paese più di Philip Morris, pur con un fatturato inferiore della metà.

Le altre major acquistano le sigarette all’estero, nella maggior parte dei casi da società che fanno parte della stessa galassia, di fatto importandole e dichiarando così i costi di acquisto. Dove finiscono quindi gli utili? La domanda trova la sua risposta: all’estero. Analizzando ancora, con l’aiuto di un esperto, il bilancio di Philip Morris depositato alla Camera di commercio di Roma, saltano agli occhi alcuni dati.

In questo bilancio, la voce ripartizione dei debiti per area geografica, alla fine del 2007, indica quelli verso i fornitori. La parte del leone la fa l’extra Europa, con quasi 88 milioni di euro, poi l’Italia, con 14 milioni, e l’Europa, con circa un milione. I debiti verso fornitori, come scrive lo stesso bilancio, «sono prevalentemente costituiti da debiti verso società consociate con cui Philip Morris Italia srl intrattiene rapporti di natura commerciale». I più consistenti sono con Philip Morris Product S.A. Trading Division per 27 milioni di euro e con Philip Morris International Management Tolling per 56 e mezzo, «entrambi originati dall’acquisto di sigarette».

Sempre assistiti da un esperto, abbiamo eseguito un calcolo ulteriore. Dividendo il fatturato totale per il fatturato al pacchetto e determinando così il costo dichiarato a bilancio per ogni singola confezione, si ottiene la cifra di 53 centesimi. Partendo sempre dal presupposto iniziale che produrre un pacchetto costa dai 10 ai 13 centesimi, abbiamo una differenza di 40-43 centesimi che viene dichiarata all’estero.

Per consentire a Philip Morris un immediato diritto di replica e la tempestiva possibilità di contestare il nostro ragionamento e i nostri calcoli, dopo una serie di contatti abbiamo inviato una mail. La risposta: «Sfortunatamente, per evidenti ragioni di concorrenzialità, non possiamo rilasciare commenti a proposito della nostra struttura dei costi e di profittabilità. Per maggiori informazioni riguardo al nostro business può far riferimento al nostro sito web: www.pmintl.com», il sito statunitense di Philip Morris International.

Va un po' diversamente con la sede italiana di Japan Tobacco (Camel, Winston, Benson&Hedges), che decide di rispondere invece ai nostri quesiti. «Il volume annuo di sigarette Japan Tobacco vendute sul mercato italiano è pari a circa 16 miliardi di sigarette, corrispondente a circa 880 milioni di pacchetti. I prodotti commercializzati in Italia sono fabbricati nell’Unione Europea, principalmente a Trier in Germania, da (o per conto di) JT International SA, una società svizzera con sede a Ginevra». Qual è la posizione della sede italiana? «La nostra società, JTInternational Italia Srl, opera in qualità di agente senza potere generale di rappresentanza di JTI SA per ilmercato italiano e, come tale, è remunerata attraverso il pagamento di commissioni calcolate sulla base delle vendite realizzate da JTI SA in Italia. JT International Italia Srl opera anche come fornitore di servizi per JTI SA sulla base di specifici contratti stipulati tra le parti». Anche in questo caso il meccanismo si sposta quindi all’estero.

«È chiaro insiste Japan Tobacco che tutte le società pagano le imposte dovute alle competenti autorità fiscali nazionali in base alle vigenti leggi nazionali e internazionali. In particolare, le convenzioni internazionali per la prevenzione della doppia imposizione fiscale». La risposta non ci smentisce: buona parte degli utili realizzati in Italia ritornano, come spese sostenute, all’estero. In particolare, verso la Japan Tobacco di Ginevra, Svizzera.

A questa situazione, che sottrae alle casse dello Stato italiano decine di milioni di euro per dirottarle oltre confine, se ne affianca un’altra dal sapore paradossale. Forse non tutti sanno che in Italia esiste un prezzo minimo, imposto, per le sigarette. Viene determinato attraverso una serie di calcoli e oggi è fissato a 3,60 euro al pacchetto. Sotto non si può scendere.

Misura sacrosanta per difendere la salute pubblica. Ma nel nostro Paese viene realizzato con un meccanismo che produce effetti assurdi. Impedisce ai nuovi marchi di entrare nel mercato. Consente a chi già occupa quasi completamente il mercato (il 98 per cento appannaggio delle multinazionali) di fissare il prezzo dei concorrenti. A questo punto la concorrenza è una chimera. E per le major è una manna: nessuno può pensare di sfidarle. Conclusione: a un'azienda italiana, che potrebbe pagare le tasse in Italia, la strada è sbarrata. Alle multinazionali, che le tasse le pagano all’estero, è invece spianata.

Questa situazione ha innescato una durissima sfida per cartebollate in velenitada precedenti scontri tra la casa italiana e il colosso americano. Nell’ottobre del 2007 Yesmoke ha denunciato lo Stato italiano alla Commissione europea per il prezzo minimo delle sigarette. La procedura si è conclusa il 3 luglio 2008 con il rinvio della questione alla Corte di Giustizia per inadempimento dell’Italia. Nel frattempo la Commissione ha dato una sua precisa indicazione. Si era già espressa nell’aprile 2006, sanzionando l’Italia e altri Paesi europei, perché «il prezzo minimo viola la normativa comunitaria, distorce la concorrenza e alla fine salvaguarda i margini di profitto dei maggiori produttori di sigarette». Parole al vento. Ci riprova, sempre nel luglio 2008, il commissario Ue al Fisco, Laszlo Kovacs: «Aumentare le accise su sigarette e tabacco gradualmente fino al 2014 per intensificare la lotta la fumo».

Cosa accadrebbe nella pratica? Se qualcuno, come Yesmoke, decidesse di abbassare il prezzo di vendita a 3,20, il ritorno ai 3,60 decisi dallo Stato potrebbe essere ottenuto con un nuovo aumento di 40 centesimi dall’accisa. Si genererebbero maggiori entrate fiscali per lo Stato italiano: due miliardi di euro. Una soluzione di buon senso. Sicuramente indigesta alle multinazionali che per neutralizzare l’aumento dell’accisa dovrebbero o aumentare i prezzi o diminuire gli utili. Il 6 febbraio il Tar ha sospeso l’aumento del prezzo minimo. Il 13 marzo il Consiglio di Stato ha, a sua volta, bloccato la decisione del Tar. Chi ha fatto opposizione per ottenere la sospensiva? I Monopoli di Stato.Mercoledì prossimo si discuterà nel merito.

Ma come si calcola il prezzo minimo delle sigarette? Yesmoke è assistita dagli avvocati torinesi Aldo Frignani e Massimiliano Notaro. Il Secolo XIX ha contattato quest’ultimo, che spiega: «Il meccanismo non è trasparente e anche nelle aule di giustizia nessuno ha saputo spiegare in base a quali criteri sia stato fissato. Ma di fatto impedisce ogni possibile concorrenza alle tre multinazionali, violando ogni regola».

Un decreto del direttore dei Monopoli del 25 luglio 2005 recita così: «È fissato nella percentuale del 92,11 per cento del prezzo medio ponderato di tutte le sigarette nel semestre». Insiste l’avvocato Novelli: «Non si capisce quella percentuale da dove spunti fuori. E se si considera che le sigarette vendute sono quasi tutte delle multinazionali, si capisce che se queste decidono di aumentare il prezzo, tirano dietro di sé anche i concorrenti, costretti ad aumentare a loro volta».

Ma forse il vero perché di tanto accanimento nella difesa dell’attuale sistema sta nell’ultima risposta che ci ha inviato Japan Tobacco: «Vorremmo richiamare l’attenzione sul fatto che a parte l’imposizione diretta applicata sui profitti netti dei distributori, rivenditori e agenti che operano nel settore dei prodotti del tabacco in Italia la tassazione indiretta combinata sui prodotti del tabacco (accise più Iva) è pari a circa il 75 per cento del prezzo di vendita delle sigarette, per un importo totale annuo di circa 13 miliardi». Concorrenza, fisco, equità sono chimere. Quando ogni anno, nelle casse statali, entra una barca di quattrini, è meglio non toccare nulla.

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8 Comments to “I soldi sfumati dei colossi del tabacco”


  1. 1 Forza Genoa! May 11th, 2009 at 12:38 pm Reply to this comment

    L’inizio della fine per questi belin di Philip Morris!

  2. 2 Flavio May 11th, 2009 at 12:55 pm Reply to this comment

    Non mi stupisco che la cosa parta da Genova. Non sono i Genovesi quelli che sanno fare bene i conti???

  3. 3 Stefano May 11th, 2009 at 1:30 pm Reply to this comment

    Non c’è da stupirsi. Il Secolo XIX è lo stesso giornale che per primo (forse unico) ha indagato e scritto sulla questione dei 98 miliardi evasi nel famoso caso slot machines. Onore al coraggio dei suoi giornalisti e complimenti per l’articolo: è un pezzo di qualità che denota come ci abbiano lavorato per diverso tempo, verificando le fonti e approfondendo i fatti (e di giornalisti veri, così, ce ne sono sempre meno).
    Poi con la sentenza del 13 in arrivo questo è stato decisamente un buon momento per pubblicarlo (ma credo che la cosa fosse intenzionale…hihi)!

  4. 4 Flavio May 11th, 2009 at 8:34 pm Reply to this comment

    Nella conclusione dell’articolo Japan Tobacco dice: «Vorremmo richiamare l’attenzione sul fatto che a parte l’imposizione diretta applicata sui profitti netti dei distributori, rivenditori e agenti, la tassazione indiretta combinata sui prodotti del tabacco (accise più Iva) è pari a circa il 75 per cento del prezzo di vendita delle sigarette, per un importo totale annuo di circa 13 miliardi».
    In sostanza dice che loro ci fanno già incassare miliardi in tasse per iva e accisa, ce ne fanno incassare altri da distributori, agenti e tabaccai. Pretenderemo mica che anche loro paghino le tasse sugli utili?

  5. 5 Manu May 12th, 2009 at 11:48 am Reply to this comment

    @Flavio: forse il tipo di Japan Tabacco Italia intende che, se qualcuno gli rompesse troppo le scatole con la pretesa di fargli pagare le tasse, loro potrebbero mandare tutti a quel paese e non dare più sigarette all’Italia.

  6. 6 Stefano May 12th, 2009 at 5:09 pm Reply to this comment

    @Manu: bhè…non dare più sigarette all’Italia sarebbe anche il minore dei mali. Anzi: via loro si aprirebbe spazio per altri produttori, sia tra gli esistenti sia tra eventuali nuovi entranti.
    Alla fin fine per lo Stato non cambierebbe nulla. A meno che tutti i fumatori di marche del gruppo JT smettessero di fumare contestualmente al ritiro di quelle marche (cosa impossibile!).
    Ad andarsene dall’Italia secondo me JT ha solo da perderci. Anche perchè come tutti gli altri big gode di una posizione di semi-monopolio. Ovvero incassa dei bei soldi senza praticamente fare nulla.
    PS: secondo me sicuramente il caso di JT (e probabilmente anche di PM) è un caso di “estero-vestizione” dell’impresa. Cosa che se viene messa in atto da un “onesto” (per me disonesto) imprenditore italiano produce sonore bastonate da parte della Gdf nel caso in cui venisse scoperto.

  7. 7 Alberto May 13th, 2009 at 11:09 am Reply to this comment

    @Stefano: però bisogna dire che se scoppiasse oggi la seconda guerra mondiale, all’Inghilterra e agli Stati Uniti, per vincere subito basterebbe interrompere le forniture di Marlboro, Camel, Diana, MS, Nazionali etc. facendo restare gli Italiani senza sigarette (oggi il 99% delle sigarette che si fumano in Italia sono fatte all’estero). In più il governo perderebbe un grosso introito fiscale dall’oggi al domani.

  1. 1 diggita.it Trackback on May 11th, 2009 at 12:45 pm

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