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Sigarette – Stop agli aumenti folli

Ora il prezzo delle sigarette può anche scendere. O comunque nessuno potrà più dire che è costretto ad aumentarlo. Si accomodino, signori fumatori: il Tar del Lazio lo ha deciso il 5 aprile scorso e ha dichiarato che la «tassa minima», imposta dallo Stato d'accordo con i Monopoli, che imponeva di fatto un prezzo altissimo quasi uguale per tutte le marche di "bionde", non è legittima. Non solo: mina la concorrenza favorendo le grandi multinazionali e non rispetta le direttive europee sulla libera circolazione delle merci.

IL RICORSO DI YESMOKE

A presentare ricorso, è stata la solita “peste” torinese. Quella Yesmoke che ormai da anni combatte solitaria la sua battaglia contro i grandi gruppi americani, detentori della quasi totalità del mercato dei tabacchi mondiale. “Confidavamo in una vittoria – spiega Gianpaolo Messina, titolare col fratello Carlo dell’azienda, i cui stabilimenti sono a Settimo Torinese – e si tratta di una sentenza storica. Di fatto, adesso, qualsiasi produttore potrebbe lanciare pacchetti di sigarette a 3 o 3,50 euro. O comunque non aumentarli in continuazione, come fatto negli ultimi mesi. Starà poi al gusto, alle tasche e alla volontà del consumatore, scegliere la marca più o meno cara, facendo i suoi calcoli sul rapporto qualità prezzo”.

STOP ALL’AUMENTO

Per il momento non è previsto, tra l’altro, che le sigarette Yesmoke, che ha fatto il ricorso, scendano di prezzo. Resteranno però a 4 curo, una soglia che “già adesso, ci ha permesso di vendere molti più pacchetti in Italia, rispetto a quando il prezzo doveva per forza essere allineato a quello dei concorrenti, magari titolari di brand ben più noti del nostro”. Aspetto non fondamentale per i bilanci aziendali, al momento, visto che il 90 per cento della produzione va all’estero. Ma che potrebbe diventarlo in un breve futuro. Comunque, dopo il recente aumento a 4.30. non superando la soglia dei 4 curo (e perdendoci, con la tassa minima ancora in vigore), vaste fette di mercato sono state conquistate.

LA BATTAGLIA DEL PREZZO

Già, perché è quasi scontato che a parità di prezzo i fumatori acquistino marche note, consolidate, che da anni sono conosciute e “Fumate”. Ma la curiosità si affina quando è possibile spendere meno, si prova la sigaretta meno nota e magari il gusto del tabacco risulta del tutto soddisfacente, se non addirittura migliore di quello per anni sperimentato, a tutto danno della salute e dei polmoni. Perché ormai tutti sanno che Fumare fa male e che non bisognerebbe farlo, ma molti sospettano che in effetti a nessuno convenga arrestare questo business.

I VANTAGGI DELL’ERARIO

Tra l’altro pare quasi non se ne possa parlare sui giornali, mentre invece una sana informazione su un fenomeno di massa tanto diffuso, benché palesemente deleterio, non solo è lecita, ma addirittura doverosa. Si pensi che le entrate fiscali dello Stato, dalla vendita delle sigarette e quindi dall’annerimento dei polmoni degli italiani, ammontano a circa 14 miliardi di euro ogni anno. Una finanziaria bella spessa, insomma. Figuriamoci togliere ora questo fiume di denaro dagli esangui bilanci pubblici. Sarebbe impensabile.

IL COSTO DI PRODUZIONE

E si consideri che sul pacchetto che si va a comprare sotto l’insegna con la “T” bianca su campo nero o azzurro, i tre quarti del prezzo sono per l’appunto rappresentati da imposte e accise. l nostri pacchetti, come detto, costano al pubblico 4 euro l’uno – spiega Messina – ma volete sapere come si arriva a questa cifra?”. Certo, come no, vogliamo saperlo. “Bene: il costo di produzione di un pacchetto, con 20 sigarette finite, il cartone, il cellophane, il costo del personale, l’ammortamento e tutto il resto, per noi non supera i 15 centesimi”. Quindici centesimi? “Esatto. Immaginiamo che per le grandi multinazionali, che trattano migliaia di tonnellate di tabacco e di materiali vari e che quindi hanno costi di acquisto inferiori ai nostri, oltre a operare spesso in paesi dove la manodopera costa meno che in Italia, prezzo possa aggirarsi intorno ai 12 centesimi”.

PERCHÉ SONO TANTO CARE?

Ma per arrivare a quattro euro di strada bisogna farne ancora tanta, ci mancano 3 euro e 85. “Si Fa in Fretta – sorride Messina – basti pensare che c’è il nostro ricarico, circa 15 centesimi a pacchetto, sui quali poi paghiamo naturalmente altre tasse, quello del distributore e quello del tabaccaio, circa 40 centesimi lordi. E così si arriva a un euro”. I restanti tre euro, invece, “sono tutte imposte”. Alla faccia, verrebbe da dire. Certo, fumare non è obbligatorio ed è una scelta che ciascuno può evitarsi tranquillamente, guadagnandoci in fiato e colorito curito cutaneo. Forse è questa l’unica scusante per tanta pressione fiscale, ma si sa che i veri motivi sono altri: se stesse a cuore la salute, si vieterebbe il fumo e stop.

LA SENTENZA

Ma, ciò detto, secondo i giudici amministrativi e quindi secondo le normative sulla concorrenza, non è lecito imporre le tasse minime. “L’imposizione di un prezzo minimo di vendita al minuto – scrivono i magistrati citando la Corte di giustizia europea – ad opera delle autorità pubbliche fa sì che il prezzo massimo di vendita stabilito dai produttori e dagli importatori non possa essere in alcun caso
inferiore a tale prezzo minimo obbligatorio. Una normativa che impone un siffatto prezzo minimo è quindi idonea ad arrecare pregiudizio alle relazioni concorrenziali. impedendo a taluni di questi produttori o importatori di trarre vantaggio da prezzi di costo inferiori per proporre più allettanti prezzi di vendita al minuto”. E quindi? Detto fatto: “Ciò premesso, è agevole rilevare che il decreto avversato nella presente sede, fissando imposte pari al 115% per le sigarette il cui prezzo di rivendita è inferiore ai 4,20 curo a pac-chetto, di fatto reintroduce un prezzo minimo di rivendita dei tabacchi lavorati, con una sostanziale elusione del giudicato comunitario innanzi richiamato”, dice la sentenza 3142/2012 del Tar Lazio. Naturalmente senza considerare le accise, che vanno avanti in maniera autonoma. Ma tant’è, se adesso un importatore tedesco o australiano decidesse di vendere pacchetti a 3 euro, potrebbe farlo, sino a che naturalmente il Monopolio non si inventi un altro modo per ridurre la concorrenza.

SE COSTA MENO, VENDE

“Aver lasciato il prezzo a 4 euro, quando tutti gli altri hanno aumentato a 4,30. ci ha permesso di aumentare del 100% le vendite nell’ultimo mese sul mercato italiano”, spiega Messina. Certo, ora è facile perché non sono molte le sigarette della sua marca vendute sulla Penisola. “Ma il calcolo è quasi matematico: senza promozione, soltanto con il prezzo calmierato, siamo in grado di prevedere di quanto aumenteranno le vendite con 10 centesimi in più o in meno”. Anche perché già così, con le Yesmoke che in effetti non sono affatto a “buon mercato” (quasi 8mila delle vecchie lire), ogni cinque pacchetti, rispetto alle Marlboro, è come averne in inano uno gratis, visto che la famosa marea americana costa 5 curo. quasi 10mila lire a pacchetto.

Una battaglia (interessata) alle multinazionali

C’è una macchina della Finanza, fuori dagli stabilimenti Yesmoke di Settimo Torinese. Sta quasi sempre li, notte e giorno. E le telecamere interne alla struttura sono collegate direttamente con la centrale della Finanza, a Torino. Perché questa è zona doganale. Se qualcuno uscisse con 10mila pacchetti nel cofano di un’auto (ammesso che ci stiano) evaderebbe automaticamente 30mila euro di tasse, visto che queste pesano per 3 euro a pacchetto. Sarebbe facile, fuori, smerciarle a 1 o 2 euro ogni 20 bionde, visti i prezzi in giro. Questo è il piccolo regno: 80 dipendenti, macchinari per oltre 35 milioni di euro, due macchine da 6 milioni ciascuna, capaci di produrre il formato migliore di sigarette, come quello delle multinazionali.

Ma l’avventura dei fratelli Messina, Giampaolo e Carlo, è cominciata già da qualche anno, dal ’99 per la precisione: non c’erano stabilimenti, né macchinari. Soltanto un’idea e un po’ di soldi: vendere le sigarette on-line, esportandole legalmente dalla Svizzera agli altri Paesi, Italia compresa. Soltanto due stecche alla volta, naturalmente, come le leggi doganali impongono. Dopo aver acquistato un container di Marlboro per 500 milioni di lire, l’ascesa è cominciata.Tanti guadagni, sede in Svizzera e l’odio mortale di Philp Morris e una bella causa per concorrenza sleale. Causa che la multinazionale ha puntualmente vinto, in America: se i Messina dovessero lavorare negli Usa, dovrebbero sborsare l 74milioni di dollari all’azienda statunitense. Cosa che, ovviamente, si guardano bene dal fare. Intanto, però, visti i problemi e le carte bollate che in continuazione l’attività online produceva. decisero di smetterla. Con i ricavi, aprirono io stabilimento modello di Settimo, osteggiato da Torino com’è normale: “Un grande istituto di credito locale non voleva aprirci neppure il conto in banca”. Sic transit gloria mundi: la produzione di sigarette, si sa, non è un’attività considerata commendevole. E, infatti, nessuno se ne vanta tanto, anche se in molti vorrebbero farla. Ci siamo messi in una posizione di antagonismo nei confronti dello strapotere delle multinazionali”, spiegano. “Un po’ perché è giusto farlo. Un po’, inutile nasconderlo, è anche una normale strategia di marketing”.

Laboratorio

Nel Laboratorio Interno alla Yesmoke di Settimo, si misurano livelli delle sostanze maggiormente dannose alla salute contenute nel fumo di sigaretta e si approfondiscono i rimedi ai «cocktail chimici» illegalmente utilizzati nella produzione di sigaretta li laboratorio Yesmoke, disponendo diluiti i requisiti necessari, ha richiesto al Ministero della Sanità italiano la certificazione di laboratorio ufficiale abilitato, le cui analisi possono avere valore di prova a livello giuridico. Oggi, nel nostro Paese, nessun laboratorio ha ottenuto tale certificazione, per cui queste provengono tutte da Londra.

Italia addio

Nemmeno più le “mitiche” MS sono prodotte in Italia. La BAT (British American Tobacco) ha delocalizzato la produzione in Romania e Germania. Sono stati smantellati tutti gli stabilimenti e licenziati i lavoratori italiani, da Lecce, Rovereto e Bologna. Stessa sorte per gli altri marchi nazionali come “Diana”.

All’estero per fisco

La British American Tobacco ha spostato la produzione delle MS da Lecce in Germania, nonostante lo stabilimento italiano facesse milioni di utili e nell’ultimo biennio le sigarette prodotte fossero passate da 90 13 milioni di tonnellate. Fino al 2004 le sigarette che acquistavamo in tabaccheria erano prodotte per il 99% in Italia, incluse le marche «estere», e i produttori pagavano le tasse fino all’ultimo centesimo. A 8 anni dalla privatizzazione dell’Ente Tabacchi italiano, tutto è stato «delocalizzato». Oggi il 99% delle sigarette consumate nella Penisola è prodotto fuori dall’Italia, e “questo mette Philip Morris, BAT e Japan Tobacco in condizione di eludere il fisco italiano”, sostiene Messina.

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