2011: Del Gizzo sconfigge Visco, Big Tobacco continua a farla da padrone
Nel 2000 il Ministro delle Finanze Visco aveva querelato l'ex direttore generale dell'AAMS, Ernesto Del Gizzo, per un'intervista pubblicata da La Padania sulla vicenda dell’evasione fiscale e del contrabbando di Philip Morris in Italia.
Oggi Del Gizzo è stato assolto. In questi 11 anni, nonostante le sue affermazioni siano state confermate da sentenze della Corte di Cassazione, TAR, Consiglio di Stato, Corte Costituzionale e Unione Europea, le multinazionali si sono impossessate dell'intero mercato, e stanno continuando a rubare.
Una vecchia storia
Nell'agosto del 2000 Del Gizzo aveva dichiarato a La Padania che nel 1995, quando era direttore dei Monopoli di Stato, aveva trasmesso al Governo la denuncia sul mancato gettito fiscale di Philip Morris in Italia: 60.591 miliardi di Lire (30 miliardi di Euro) in 20 anni, e aveva denunciato un profitto netto annuo per la multinazionale di circa 1.100 miliardi (650 milioni di Euro) derivante dal contrabbando, comprensivi della remunerazione dei prodotti ceduti sul mercato illegale. La risposta data dall'allora ministro delle Finanze Visco era stata: «Le sue affermazioni sono gravemente incaute».
Il dibattito parlamentare era iniziato nell'ottobre 1995, e Visco, con il nuovo direttore delle Entrate Romano, aveva dichiarato alle commissioni Finanze della Camera e del Senato che l'esistenza di una stabile organizzazione di Philip Morris in Italia era opinabile e problematica. Con tali autorevoli affermazioni l'Amministrazione finanziaria non aveva fornito ai giudici gli elementi sufficienti ed idonei a suffragarne l'esistenza.
Nella stessa intervista Del Gizzo aveva affermato che la Philip Morris, con il contributo di qualche noto personaggio parlamentare, gli aveva offerto 30 miliardi di lire per persuaderlo, inutilmente, a sostenere di essersi sbagliato sulle responsabilità della Philip Morris e dei funzionari pubblici amministrativi e politici che sembravano avessero favorito questa azienda.
Il 21 dicembre 2001 la Corte di Cassazione, con due sentenze, sulle imposte dirette e su quelle indirette, affermerà l'indiscutibile esistenza della pretesa tributaria dell'Italia, portando a 120 mila miliardi di lire il totale che Philip Morris avrebbe dovuto pagare.
Proprio in previsione di quella inevitabile pronuncia giurisdizionale il Governo, con Visco, con il supporto di D'Alema e Diliberto, e controfirma di Ciampi, il 10 marzo 2000 aveva emanato il decreto legislativo n. 74 (fuori dal mandato della delega e quindi incostituzionale). In dispregio di un principio fondamentale della legge italiana, secondo cui nessuno può invocare l'ignoranza della legge penale, si decretava la non punibilità del reato di evasione fiscale per chi avesse incontrato «oggettive» difficoltà nell'interpretare le norme che l'obbligavano al pagamento dei tributi, mentre la multinazionale si limitava (condono Tremonti del 2003) a un pagamento di 400 miliardi di lire in luogo dei 61.000 miliardi accertati, iscritti al ruolo e ancora validi e riscuotibili.
L'iniziativa di Visco sollevava da ogni responsabilità penale evasori e correi. Di conseguenza il Gip Pfeiffer di Milano, che stava rinviando a giudizio l'intero vertice internazionale di Philip Morris, archiviava l'accusa proprio in virtù di tale legge per l'unico ed isolato caso della sua applicazione fino ad oggi 2011.
Del Gizzo in questi quattordici anni trascorsi dalla sua anticipata collocazione a riposo ha potuto constatare, più che il silenzio, il disinteresse degli organi istituzionali di controllo politico e giurisdizionale. L’evasione fiscale e il contrabbando, così come da lui denunciati, sono stati confermati dalle sentenze e dall’azione UE promossa innanzi alla Corte di Giustizia europea, con una richiesta risarcitoria di 100 miliardi di dollari, ridotta poi, per transazione politica, ad 1 miliardo pagabile entro la fine del 2012, mentre la responsabilità degli organi politici ed amministrativi sullo sviluppo di tale azione eversiva ed elusiva era stata esclusa dall’iniziativa di Visco, condivisa da D’Alema, Diliberto e controfirmata da Ciampi.
La causa per diffamazione
Il 9 agosto 2000 il quotidiano leghista La Padania pubblicava l'intervista a Del Gizzo sull’intera vicenda dell’evasione fiscale e del contrabbando compiuto dal 1961 in poi dalla multinazionale del tabacco Philip Morris, che apriva uno spiraglio sui retroscena del business di Big Tobacco in Italia.
Il giorno successivo compariva un trafiletto sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che riportava una breve affermazione di Del Gizzo, enucleandola da quanto scritto da La Padania il giorno prima. L'operazione probabilmente serviva per poter attribuire la competenza territoriale al luogo di edizione del giornale, più vicino alle origini di Visco, anziché a quella di Monza dove avveniva l’edizione di un giornale che è espressione di un avversario politico che occorreva non disconoscere.
Nel 2005 il GIP, senza ascoltare Del Gizzo, emetteva il decreto penale di condanna ad una multa di euro 4660. Su impugnativa di tale atto poi, il Giudice monocratico, nel 2008, affermava la sussistenza del reato riducendo la multa ad euro 1500.
La Corte di Appello di Bari ha implicitamente affermato che, se Visco avesse voluto tutelare la sua dignità offesa su cose molto più gravi della proposta di 30 miliardi fatta a Del Gizzo il 2 ottobre 1996, avrebbe dovuto proporre querela contro il contenuto dell’intervista alla Padania e non avverso una semplice insufficiente enucleazione fatta dal compiacente Giornale di Bari.
L'intervista
Ecco alcuni brani dell'intervista su evasione fiscale e tangenti, rilasciata dall'ex direttore dei Monopoli di Stato Ernesto Del Gizzo al quotidiano La Padania il 9 agosto del 2000.
—Dottor Del Gizzo, il procuratore capo della Procura di Napoli, Cordova, aveva chiesto nel 1995 il rinvio a giudizio, per contrabbando ed evasione, dei vertici della Philip Morris.
«Proprio così. Poi però la quarta sezione del tribunale di Napoli decise di dichiarare la propria incompetenza sulla questione. La patata bollente è passata quindi a Milano, sono due anni che l'inchiesta è ferma».
—Ha ricevuto pressioni dopo quella sua clamorosa denuncia?
«Poco prima che iniziasse l'udienza dibattimentale a Napoli, hanno tentato di corrompermi. Volevano che durante la prima udienza, il 16 febbraio 1998, dichiarassi di essermi sbagliato. Mi offrirono 30 miliardi (15 milioni di Euro) e mi promisero il reintegro nel mio ruolo di direttore generale dei Monopoli».
—Lei era stato in effetti sospeso da Visco (Ministro delle Finanze del Governo di Romano Prodi).
«Già, ma nel luglio 1997 avevo vinto il ricorso che aveva annullato la sospensione. Inspiegabilmente, nonostante l'efficacia esecutiva immediata della sentenza, non sono stato reintegrato».
—Chi operò questo tentativo di corruzione?
«Si presentarono come emissari della Philp Morris. Non sono in grado di dire se questo sia vero, non spetta a me stabilirlo».
—Fu l'unico tentativo di convincerla a modificare la sua posizione?
«Il ministro Fantozzi (Ministro delle Finanze del governo Berlusconi) mi spiegò che se avessi continuato, l'avrei passata male. Poi il suo successore, Visco, mi offrì la nomina al Consiglio di Stato se avessi modificato il mio atteggiamento». «Philip Morris era interessata all'occupazione del mercato italiano. Lo stava occupando da anni, imponendo la sua politica dei prezzi, la sua politica commerciale, la limitazione della concorrenza delle altre marche, la pubblicità che faceva e noi dovevamo sopportare, la diversità dei prezzi sul mercato, dei costi di produzione e di tassazione rispetto ai criteri standard, l'esonero dal pagamento di imposte. Io mi sono opposto, ho proposto misure di contenimento della Philip Morris, ma il ministro non ne ha voluto sapere. Ci saranno state ragioni politiche, non discuto… Non ho elementi per pensare il contrario».
—Poi è stato rimosso dall'incarico…
«Sono stato rimosso dall'incarico il 28 febbraio 1997. Il Consiglio dei ministri ha adottato la decisione alle 12, alle 16 Scalfaro, (allora Presidente della Repubblica), aveva già firmato il decreto, la sera il tutto era registrato alla Corte dei Conti».
—Dopo la sentenza del Tar a lei favorevole, cosa ha fatto?
«Ho chiesto il reintegro. Il ministro non mi ha risposto. Io l'ho denunciato per omissione di atti d'ufficio, la vicenda è ora davanti al Tribunale dei ministri, ma non ho avuto comunicazioni. Nel frattempo Visco ha fatto ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar*. Il Consiglio di Stato non ha avuto il coraggio di esprimersi, e si è appellato alla Corte Costituzionale, che a sua volta, il 5 luglio ha ripassato la palla al Consiglio. La cosa è ferma lì».
*T.A.R.: Tribunale Amministrativo Regionale - Giudica sui ricorsi nei confronti di atti amministrativi, fatti da privati che si ritengono lesi in un proprio interesse legittimo.
—In molti non hanno fatto il loro dovere?
«Non lo so. Se alcuni non hanno fatto il loro dovere, non è detto che debbano essere per forza corrotti. Ricordo un direttore centrale che diceva alla mia segretaria: "Ma davvero Del Gizzo pensa di poter combattere la Philip Morris?". Mi ha detto la stessa cosa anche un magistrato, al Tribunale dei ministri. Io gli ho risposto: quando lei persegue un crimine, si preoccupa di sapere se a commetterlo sia stato Davide oppure Golia?».
—Cosa si aspetta ora da questa vicenda?
«Niente. Aspetto. Sono passati quattro anni, mi hanno fatto dare una pensione bassa, non ho avuto alcun incarico. All'ultimo fesso di direttore generale danno compiti da 4-500 milioni all'anno, a me niente. Mi è stata negata la possibilità di poter essere ricevuto dal Capo di quello Stato che ho servito per 25 anni come direttore generale e 15 anni come consigliere finanziario alla Comunità europea. Sono stato collocato a riposo. Se fossi andato al Consiglio di Stato, dove mi volevano i contrabbandieri, sarei rimasto in servizio fino a 72 anni. Ho 69 anni, il tempo passa. E poi bisogna ricordarsi di una cosa».
—Ovvero?
«Ogni anno che passa va in prescrizione un anno di evasione tributi. Ancora un po' che si aspetta…».
Italiano
English 
Cosa pensate Voi della Yesmoke sul "Decreto legislativo del 31 marzo 2011 n. 57" in materie di accise? Sbaglio o è tutto come prima?
La "tassa minima", con la quale è stata aggirata la sentenza europea che impone l'abolizione del prezzo minimo, è ancora al suo posto, questo decreto è un'operazione di facciata, una rifinitura dell'inciucio fatto il 23 giugno dell'anno scorso, serve solo a guadagnare tempo. Presto o tardi dovranno adeguarsi alla sentenza europea.
E' dal 2008 che continuate a dire della abolizione del prezzo minimo, a gennaio del 2008 era questione di giorni e alla fine sono passati quattro anni.
Piuttosto che spendere mille chiacchere perché non organizzate un piano di lancio delle vostre sigarette con una rete vendita e un ufficio marketing come supporto?
Con le parole non si arriva da nessuna parte con i fatti si.
Siamo d'accordo sul fatto che occorra una buona rete di vendita, ma il costo è elevato: centinaia di promoters (rappresentanti che visitano le tabaccherie) sono alla portata di una multinazionale, non di una piccola azienda come la Yesmoke. Soprattutto perchè la multinazionale, vendendo le marche famose, cioè quelle della fascia di prezzo più elevata, ha utili per pacchetto quasi doppi rispetto alla Yesmoke. In passato siamo partiti alla grande con i promoters, e successivamente abbiamo dovuto ridimensionarci. E' vero che il lavoro iniziale che essi hanno svolto, seppur costoso oltre le nostre possibilità, ci ha dato una base di consumatori che è stata la nostra risorsa vitale. Ora la Yesmoke sta crescendo costantemente nella vendita all'estero, e presto disporrà delle risorse, oltre che dell'esperienza necessarie ad organizzare una valida ed efficace rete di vendita in Italia. Così, quando il mercato sarà liberalizzato, saremo pronti.