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Big Tobacco e il contrabbando di sigarette

Il cartello dei produttori di sigarette ha penetrato il mercato mondiale con il contrabbando, senza riguardo per i più poveri paesi del terzo mondo.

Il contrabbando ha permesso alle multinazionali del tabacco di aumentare i volumi di vendita drammaticamente, grazie all’evasione delle tasse locali, e competendo testa a testa con le sigarette locali, aiutando in questo modo la creazione di brand internazionali.

World Healt Organization

Il contrabbando nell’Unione europea

Big Tobacco ha contrabbandato liberamente e attivamente in Europa sino ai primi anni del 2000, e oggi la popolarità dei suoi brand trae giovamento dalle attività criminali precedentemente messe in atto, per le quali non ha pagato quanto dovuto. Nel 2000 la Commissione Europea decise di muoversi contro le multinazionali del tabacco, ma tutto si concluse, nel 2004, con un accordo bluff, nel quale Philip Morris pagava un modestissimo «Contributo volontario» che corrisponde all’incirca all’1% di quanto dovuto.

Ecco alcuni stralci dell’Atto di Accusa della Commissione Europea contro le multinazionali del tabacco Philip Morris e R.J. Reynolds (fonte – Documenti Ufficiali EU):

La vendita illegale delle sigarette è diventata uno dei veicoli primari con cui i contrabbandieri di stupefacenti riciclano i loro profitti illeciti. La Philip Morris è diventata un principale destinatario di questa attività. I mediatori di denaro acquistano di routine grandi quantitativi di sigarette Philip Morris con il denaro che rappresenta i proventi delle vendite illecite di stupefacenti. I rappresentanti della Philip Morris conoscono o dovrebbero conoscere la fonte di questi fondi ma continuano a ricevere questi fondi ed a vendere le sigarette a queste persone. Le attività di contrabbando dei Convenuti Philip Morris hanno permesso ai signori della droga di riciclare i loro profitti illeciti.

Philip Morris e R J Reynolds hanno avuto un ruolo determinante nella direzione, gestione e controllo delle operazioni di contrabbando all’interno della Comunità Europea …mediante direttive societarie impartite dai massimi livelli dell’azienda.

Nel 1991, i distributori della R.J. Reynolds comunicavano alla stessa che avevano ricevuto reclami dai contrabbandieri poiché «le casse di cartone in cui le sigarette erano imballate erano troppo deboli e, pertanto, le sigarette si danneggiavano». Il contrabbando di sigarette è effettuato in modo tale che esiste un maggiore rischio di danneggiamento del prodotto e di conseguenza i contenitori per le sigarette devono essere rinforzati. In risposta a queste informazioni, la R.J. Reynolds aumentò la resistenza delle casse di cartone per le sigarette che dovevano essere dirette nei canali di contrabbando.

Al fine di condurre efficacemente il contrabbando di sigarette, determinate procedure di etichettatura e stampigliatura devono essere condotte presso la fabbrica in cui le sigarette sono prodotte. Determinate etichette, avvisi sanitari e la lingua in cui l’imballo è stampato hanno un effetto significativo sul valore delle sigarette alla loro ultima destinazione. I Convenuti R.J. Reynolds imballavano i loro prodotti in modo specifico per soddisfare le esigenze dei loro clienti contrabbandieri.

Per mantenere ed esercitare il controllo dell’impresa di contrabbando, i Convenuti R.J. Reynolds richiedevano ai contrabbandieri di mantenere nota dei loro carichi, per rimanere informati su dove i carichi venivano consegnati e per registrare il prezzo al quale le sigarette venivano vendute. Ciò ha permesso ai Convenuti R.J. Reynolds di mantenere un controllo diretto sull’intera procedura di contrabbando. I Convenuti R.J. Reynolds hanno persino minacciato i contrabbandieri che, se non avessero tenuto adeguati registri della loro attività di contrabbando, i Convenuti R.J. Reynolds avrebbero trattato con altri clienti contrabbandieri.

Il «contributo volontario» di Philip Morris nell’Unione europea

Nel 1995 l’allora direttore dei Monopoli di Stato Ernesto Del Gizzo aveva trasmesso al governo la denuncia sul mancato gettito fiscale di Philip Morris in Italia: 60.591 miliardi di Lire (30 miliardi di Euro) in 20 anni, e aveva denunciato un profitto netto annuo per la multinazionale di circa 1.100 miliardi (650 milioni di Euro) derivante dal contrabbando di sigarette, comprensivi della remunerazione dei prodotti ceduti sul mercato illegale.

Romano ProdiIl 21 dicembre 2001, in base alla sentenza della Suprema Corte di cassazione, il totale dell’evasione fiscale di Philip Morris ammontava a 120 mila miliardi delle vecchie lire, pari a circa 60 miliardi di euro, sottratti a ogni forma di imposizione diretta e indiretta.

Nel 2000 la Commissione Europea aveva deciso di muoversi contro le multinazionali del tabacco. Ma il 9 luglio 2004 viene firmato un importante accordo tra l’Unione europea e il leader del contrabbando in Europa: Philip Morris. Il gigante del tabacco pagherà 1.200 milioni di dollari, rateizzati in 10 anni, senza interessi, per mettere una pietra sopra a tutto il passato. Perché così poco?

Ciononostante l’allora presidente della Commissione Europea, l’italiano Romano Prodi, evidentemente soddisfatto, dichiarava:

«Io mi rallegro per la conclusione di questo importante accordo. Esso è stato fatto per proteggere gli interessi finanziari dell’Unione europea.»

Pagando alla Comunità Europea un «Contributo volontario» di 1200 milioni di dollari, in comode rate di 10 milioni al mese senza interessi, Philip Morris ha potuto passare dall’altra parte della barricata. E avrebbe preso a collaborare attivamente con la polizia europea… proprio contro il contrabbando!

Italia, la «Riserva di caccia» di Big Tobacco

Per molti anni, in Italia, il venditore di sigarette di contrabbando ha sostato nei pressi della tabaccheria per vendere le sue Marlboro «Duty-free», e nessuno è riuscito a impedirglielo. Nel 1973 in Italia la sigaretta che dominava il mercato era la «MS», venduta a 1.100 Lire e prodotta dall’Ente Tabacchi italiano, società statale.

Ma a partire dalla seconda metà degli anni settanta era comparsa una nuova marca: la Marlboro, sigaretta diabolicamente arricchita di ammoniaca per creare dipendenza, che aveva cominciato ad essere reperibile di contrabbando a tutti gli angoli di strada all’interessante prezzo di 500 Lire. Così in pochi anni le «MS» si erano fatte da parte per far passare il cowboy della Marlboro, oggi padrone incontrastato in Italia e nel mondo intero.

Oggi Big Tobacco non ha più interesse a contrabbandare sigarette in Italia, mercato che ha ormai interamente occupato. Infatti collabora con le forze dell’ordine affinché nessuno possa ripetere il suo stesso gioco.

Un po’ di conti

Si dice che l’Italia sia una società arretrata, dove il commerciante si trova indifeso davanti alla criminalità organizzata, alla quale è costretto a devolvere parte dei suoi guadagni. Ma chi sarebbero i criminali?

120 mila miliardi delle vecchie lire, secondo la sentenza della Suprema Corte di Cassazione del 21 dicembre 2001, è il conto lasciato da pagare da Big Tobacco, corrisponenti a 60 miliardi di euro. È un po’ come se tutti i 60 milioni di Italiani, donne, vecchi e bambini, avessero pagato un «Pizzo» di 1000 euro a testa a Big Tobacco. Ma i tabaccai hanno pagato ancora di più, e per molti anni.

Secondo la Federazione Italiana Tabaccai, i danni per i rivenditori italiani dovuti al contrabbando organizzato e gestito dai vertici di Big Tobacco, sono stati circa 400 miliardi per anno, sino ai primi del 2000, quando il quantitativo di sigarette Philip Morris di contrabbando cominciò a calare. Questa stima trova una conferma dai dati della Guardia di finanza e dell’Amministrazione dei Monopoli di allora.

Questi dati erano in linea con la posizione dell’Unione europea, secondo la quale «Philip Morris ha avuto un ruolo determinante nella direzione, gestione e controllo delle operazioni di contrabbando all’interno della Comunità Europea, mediante direttive societarie impartite dai massimi livelli dell’azienda.»

Facciamo un po’ di conti: 400 miliardi diviso 50 mila tabaccherie fanno 8 milioni delle vecchie Lire del 1998, corrispondenti, come potere di acquisto, a ben più degli equivalenti 4 mila euro di oggi. Ogni tabaccaio italiano ha pagato, di fatto, un «pizzo» di 8 milioni di lire all’anno al «Cartello dei produttori di sigarette», con la complice assenza delle istituzioni italiane!

L’esperienza italiana del 1991: «Fuori le Marlboro dal mercato!»

Nel lontano 1991 accadde l’incredibile: gli allora ministri Rino Formica (PSI), e Vincenzo Scotti (DC) fecero togliere dal mercato tre brand prodotti da Philip Morris: Marlboro, Philip Morris e Merit, i tre brand più contrabbandati in Italia. Il provvedimento fu revocato solamente dopo alcuni mesi.

Il ministro Rino Formica nel 1991, nella lotta al contrabbando, decise il divieto di vendita di Marlboro in Italia

Il ministro Rino Formica nel 1991, nella lotta al contrabbando, decise il divieto di vendita di Marlboro in Italia

«La Philip Morris deve smettere di credere che questo sia il paese degli allocchi…» disse il ministro. Grande! Chi sarebbe capace oggi di parlare così? Il decreto sospese dal mercato ufficiale le sigarette estere di cui fosse sequestrato un certo quantitativo sul mercato «Parallelo». Un decreto fatto su misura per le Marlboro, si disse.

«Il contrabbando ha origini precise, non è fatto senza il consenso attivo delle multinazionali» disse il ministro Formica. «È bene che la Philip Morris capisca che il gioco è finito. Altrimenti non venderà più le sue sigarette in Italia». Il decreto ebbe vita breve, così come la carriera dei due coraggiosi ministri.

Il contrabbando nei paesi in via di sviluppo e la «Revenue rule»

Big Tobacco non può reggere un calo delle vendite di sigarette: con il numero dei fumatori in calo nei maturi mercati dell’ovest, le multinazionali del tabacco cercano di espandere le loro operazioni internazionali anche in America Latina, Asia, Africa.

I grossi produttori di sigarette sono riusciti, nella competizione contro le sigarette locali, ad affermarsi a suon di prezzi «Duty-free» nei mercati del terzo mondo. Sembrerebbe che Big Tobacco abbia contrabbandato sigarette praticamente ovunque.

Nel 2001 Colombia, Ecuador e Belize si sono mossi legalmente negli Stati Uniti per cercare di recuperare i miliardi di dollari di entrate fiscali che essi avevano perso sulle sigarette contrabbandate da Big Tobacco, una associazione a delinquere costituita da società americane.

Ma un giudice federale americano ha sentenziato che, in base alla «Revenue rule», una dottrina di legge di vecchia data, un giudice in America non può occuparsi del reato di contrabbando nel caso riguardi l’attività di una società americana in un paese straniero.

William Ohlemeyer, vicepresidente e consulente legale generale associato disse: «Noi siamo grati alla Corte che ha respinto queste cause, in accordo con principi di vecchia data, applicati in questo paese e nel mondo intero».

La «Revenue rule», ovviamente, vale per tutti: a maggio del 2000, in una causa intentata contro R.J. Reynolds per contrabbando in Canada, il giudice americano Thomas McAvoy ha emesso una sentenza che, in 55 pagine, spiega che una Corte degli Stati Uniti non ha giurisdizione in materia. «La revenue rule—ha scritto nella sentenza—può sembrare superata in questa era di economia globale e accordi fiscali, ma rimane un principio fondamentale della legge americana».

Quando nel 2000 la Comunità Europea aveva cercato di portare davanti al giudice americano la Philip Morris per il contrabbando effettuato in Europa, gli alleati americani avevano, come si suol dire, «Risposto picche».

Oggi, dopo decenni di contrabbando ad opera prevalentemente di società americane, le autorità starebbero finalmente cercando di definire il «Limite moderno» nell’applicazione della «Revenue Rule». Quando la giustizia americana finalmente valuterà l’applicabilità delle leggi nei confronti dei criminali, anche nei casi extraterritoriali?

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