Italia: Class-action contro Big Tobacco rifiutata

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Circa 3,5 milioni di cittadini avrebbero dovuto incassare 3.000 euro a testa, per un totale di 10,5 miliardi di euro.

Ma il 13 aprile 2011 la XIII Sez. del Tribunale civile di Roma ha dichiarato inammissibile la class action proposta dal Codacons contro BAT Italia, in favore dei fumatori delle sigarette prodotti da tale società.

Il risultato era del tutto prevedibile, e i bookmakers non avrebbero accettato scommesse. Infatti non si può pensare che nel paese dove le multinazionali si fanno fare le leggi su misura, sono «esonerate» dal pagamento delle tasse e se ne fregano delle sentenze, i giudici avrebbero permesso una «class-action», come se fossimo in America…

Secondo il Codacons, la BAT avrebbe utilizzato cocktails chimici per aumentare gli effetti della dipendenza dalla nicotina, ingannando i consumatori. Ma per i giudici italiani, anche se a nessuno è dato sapere il tipo e il dosaggio degli additivi del tabacco, il consumatore è sufficientemente al corrente dei rischi per la salute. Carlo Rienzi, presidente del Codacons, ha risposto che «Le motivazioni del tribunale di Roma sono davvero assurde», e ha fatto sapere che presenterà ricorso in Corte d'Appello.

La sentenza ridicola

Se uno non capisce perché i governi non siano in grado di conoscere con precisione, eliminare, regolare o ridurre le sostanze che vengono aggiunte al tabacco, nonostante la sigaretta sia per la legge un prodotto alimentare, deve leggersi la sentenza della XIII Sez. del Tribunale civile di Roma.

I giudici del «Belpaese», pur non sapendo cosa ci sia nelle sigarette, si sono lanciati in un incredibile e interminabile elogio degli additivi chimici, talmente ridicolo da sembrare il «copia e incolla» di un email inviato loro da Big Tobacco, che scavalca tutta gli studi e la letteratura in merito:

«L'utilizzazione degli additivi trova ragion d'essere nell'intento di attribuire al prodotto un sapore specifico e tipizzato, come tale indispensabile perchè la casa produttrice sia competitiva sul mercato … In altri termini detti additivi, della più varia natura, riducono la durezza del fumo, la secchezza della bocca e della gola, donando una sfumatura particolare (anche dolce) al fumo, ma non hanno effetti assuefacenti nè esplicano alcuna funzione ai fini dell'esaltazione del rapporto di dipendenza del fumatore alla nicotina».

Nonostante gli studi dicano l'esatto contrario, la sentenza ci declama uno dei fondamentali incitamenti al consumo di tabacco, spiegandoci che si può smettere con le sigarette quando si vuole:

«Gli effetti della nicotina, alla luce delle ricerche e dei risultati medici e scientifici, non sono paragonabili alle droghe pesanti quali l'eroina o la cocaina, e non hanno la stessa influenza sulla volontà del fumatore da renderlo incapace di smettere di fumare».

Le riflessioni del giudice italiano divergono completamente da quelle degli omologhi americani, che hanno premiato le class action promosse da fumatori, condannando le multinazionali del tabacco a pagare indennità da miliardi di dollari. Secondo il giudice americano, punire i produttori di sigarette serve a disincentivare il loro utilizzo di pubblicità ingannevole, la promozione del fumo tra i minori, l'aggiunta di additivi che creano dipendenza.

«Garantisce Big Tobacco»

Oggi gli additivi chimici permettono di produrre una sigaretta potenziata, finalizzata ad aumentare la dipendenza del consumatore. Quando la sigaretta viene trattata con ammoniaca, i valori di nicotina risultano nei limiti previsti dalla legge, ma l'assuefazione a quella sigaretta è maggiore. Il consumatore fuma nicotina «potenziata» senza saperlo.

«È l'ammoniaca il segreto del successo delle Marlboro» … «I produttori di sigarette hanno manipolato la nicotina» … «Philp Morris ammette di produrre sigarette che danno più dipendenza» … Non si tratta di provocazioni dei Black Bloc, ma dei titoli dei più rispettabili giornali americani, come USA Today, Washington Post, Los Angeles Times.

In Italia, nel 2010, un produttore che avesse voluto modificare la chimica della nicotina avrebbe potuto farlo liberamente. Lo Stato controlla i livelli di nicotina, catrame e CO2, e per il resto va «sulla fiducia», basandosi su una sorta di «autocertificazione» dei produttori.

Se i controlli sono assenti, chi ci garantisce che oggi in Italia le multinazionali delle sigarette, evasori fiscali e contrabbandieri patentati, che si portano a casa 2 miliardi e 800 milioni di utili esentasse, non modifichino la chimica della nicotina, come potrebbero fare in tutta tranquillità?

Le contraddizioni del Codacons

Resta da chiarire perché il Codacons ha proposto una class action contro la sola BAT, elencando con dovizia tutte le sue marche, e non ha coinvolto gli altri due big del mercato italiano, Philip Morris e Japan Tobacco, con le celeberrime Marlboro e Camel. Forse le sigarette della BAT sono peggiori?

Il Codacons non è nuovo a «stranezze». Come l'essersi schierato, «a difesa della salute degli Italiani a cominciare dai giovani», a fianco di Big Tobacco e contro l'Unione Europea nella causa per l'abolizione del prezzo minimo delle sigarette.

Secondo l'UE, gli aumenti del prezzo minimo tutelano gli utili dei produttori, mentre l'aumento della pressione fiscale tutela le entrate statali. In parole povere, in Italia lo Stato incassa meno del dovuto, mentre i produttori guadagnano troppo. Ma in quell'occasione il Codacons era sceso in campo a tutela della salute del portafoglio dei produttori di sigarette.

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3 Commenti

  1. Dany dice:

    A me sembra una grande stupidata. Perche' chi fuma le Pall Mall deve prendersi 3500 euro, e chi fuma le Camel si deve prendere un calcio nel sedere? Questa proprio non la capisco!!!
    Se tutti dichiarano che hanno fumato sigarette della BAT per farsi 3500 euro a sbafo, cosa succede?

  2. Padano dice:

    E' un bluff di quei marpioni del Codacons, che sapevano già che sarebbe finita così. Hanno pensato di fare una class action contro la sola BAT per non richiamare l'attenzione del pubblico sulle marche di Philip Morris, che potrebbe essere lo sponsor.

  3. Joe dice:

    E' Rienzi che vuole farsi pubblicità, puntando sull'effetto della notizia che suscita l'attenzione dei consumatori. Il fine è portare nuovi associati al Codacons, con il pagamento della quota associativa annuale. Nelle sue comparse a Striscia la notizia Rienzi non manca mai di rammentare che per beneficiare delle iniziative del Codacons bisogna pagare la quota, che talvolta offre a prezzo promozionale. Senza contare i soldi che avrà intascato schierandosi al fianco delle multinazionali del tabacco a favore del prezzo minimo, che è una cosa demenziale, e che un furbacchione come lui è impossibile che l'abbia fatta gratis.

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